L'arte danza in «Peer Gynt»

2007.11.10

Di Toni Colotta.
La danza in Italia è soprattutto memoria di un grande repertorio, riproposto in forme nuove e perciò, grazie a Dio, vivo. Raramente si dà vita a spettacoli di nuova creazione, per le remore imposte dal contenimento dei costi e, diciamolo, dalla scarsa curiosità del nostro pubblico. Al Teatro dell'Opera di Roma l'eccezione è di casa, l'ex novo figura sovente nei programmi. In questo scorcio di stagione ci viene offerto con Peer Gynt un ghiotto assemblaggio di quanto a teatro, nella musica e con l'arte figurativa è stato espresso su questo personaggio delle saghe norvegesi: manco a dirlo, da Ibsen, da Grieg e persino da un poco noto contributo di Edvard Munch. Il collante è un balletto guidato da un emigrante di lusso, Renato Zanella, ormai stabile a Vienna dove si fece già una fama coreografando le danze dei Concerti di Capodanno. A presiedere, da regista, la nascita della novità multiforme è Beppe Menegatti, molto versato nei trasversalismi storici che recuperano le influenze reciproche fra le arti. In questo caso influenze e intrecci tutti interni alla tradizione norvegese. Ibsen scrisse il «Peer Gynt» come poema lirico, indotto poi a farne un dramma, per il quale volle da Grieg le musiche di scena. E il già maturo connazionale, che pure non affrontò mai il teatro, gli fornì un vero florilegio di armonie contrastate, fini invenzioni melodiche, sempre funzionali al racconto scenico, nei momenti lirici delle presenze femminili, nell'evocazione del folclore contadino, nella forte espressività del melologo. Col balletto di Zanella il racconto delle peripezie del libertario protagonista alla ricerca di se stesso si fa agile nella ripartizione in brevi scene dove la materia musicale si attaglia efficacemente all'azione. E il corpo di ballo dell'Opera vi 'recita' con levigata brillantezza sentimenti collettivi e caratteri individuali nello stile neoclassico elegante e fluido di Zanella. Tra i molti che spiccano c'è l'anima e la guida di questo complesso in ascesa, la sempreverde Carla Fracci, e Gaia Straccamore e Alessio Carbone. Nella cornice scenografica di Cristian Basci compaiono le maxi immagini dei disegni di Munch, carichi di un teso espressionismo che fa da contrappunto visivo a una rappresentazione sontuosamente essenziale, impreziosita dai costumi fantasiosi di Elena Mannini. Molto attento nel concordarsi al palcoscenico il direttore d'orchestra Peter Tiboris.




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